DECEDUTO STEFANO GALLAS, DIRIGENTE DELLA PRO ROMANS
 


Davanti ad una gran folla sono stati celebrati a Medea, dove era nato e dove risiedeva, i funerali di Stefano Gallas, dirigente della Pro Romans. Aveva 46 anni e si è spento per malattia all'ospedale civile di Gorizia. Ex carabiniere ausiliario nel 1983, Stefano ha fatto parte del Coro di Medea e dal 1984 del Coro Polifonico di Ruda, di cui è stato pure vicepresidente e col quale ha raccolto delle grandi soddisfazioni, tra cui l'esibizione, nonostante fosse già ammalato, alle Olimpiadi corali di Graz nel luglio 2008. Ha fatto pure parte del gruppo giovanile del paese, adoperandosi sempre con grande l'entusiasmo per organizzare tante manifestazioni, anche in occasione del gemellaggio tra i Comuni di Medea e Castelculier. Appassionato del gioco del calcio, Stefano ha militato nelle giovanili del Medea, diventando in seguito dirigente, segretario e allenatore e crescendo pure un certo Denis Godeas, quando questi militava nei Pulcini del Medea. “Ho appreso con grande dolore la notizia della sua prematura scomparsa – ha fatto presente l'attuale presidente dell'Us Medea, Vincenzo Cisilin - che ha parlato di un uomo eccezionale, particolarmente attivo e capace quanto discreto e sempre lontano dai riflettori”. Ultimamente Stefano ricopriva pure la carica di dirigente dell'As Pro Romans, che aveva assunto per poter seguire il figlio che milita nella formazione Allievi del sodalizio romanese stesso. E' stato anche socio delle sezioni dell'Ado e dell'Advs di Medea, nonché referente locale del “Messaggero Veneto”. Stefano ha lasciato la moglie Rossella, i figli Simone ed Elena, la mamma Ida e il fratello Dalì.
 

foto formazione pulcini Medea: stefano Gallas il dirigente in basso a
destra, Denis Godeas il terzo pulcino in piedi da sinistra

 

 


E.C.


CORDOGLIO NELLA PRO ROMANS PER LA SCOMPARSA DI DIONIGIO “NIGIO” ZANUTEL





Lo scorso anno, nei giorni seguenti la prima edizione della “Partita del cuore ”, che si tenne allo stadio “F.lli Calligaris” e vide in campo tanti ex atleti della Pro Romans, io e Pietro Colugnati, presidente dell'associazione di volontariato Solidea onlus, gli facemmo visita e gli dicemmo che in occasione dell'edizione n. 2 della Partita del cuore, quella del 2009, avrebbe dovuto essere lui, in virtù sua età, della sua figura carismatica e dei suoi gloriosi trascorsi calcistici, a dare il calcio d'inizio alla gara. Lui non disse nulla allora, si limitò a sorriderci con quella sua caratteristica espressione, guardarci quasi divertito, dalla sedia a rotelle su cui da qualche tempo era costretto a trascorrere i suoi giorni. Ci sorrise ma ritengo che gli avesse fatto piacere sentirsi proporre quell'invito, così come ritengo sia stato tentato da quella proposta, non tanto per l'onore di poter essere lui a dare inizio alla sfida, quanto per poter riassaporare quel clima calcistico locale, in cui egli ha sempre vissuto con grande intensità e passione, donando al mondo del calcio gran parte della sua laboriosa esistenza.
La partita del cuore n. 2 si giocherà sabato pomeriggio, 23 maggio, ma lui, purtroppo, non ci sarà, ne sabato ne mai più. Per il nostro Dionigio Zanutel, infatti, il triplice fischio che ha concluso la sua vita è giunto all'una di domenica 17 maggio all'ospedale civile di Monfalcone, dov'era ricoverato per l'aggravarsi della sua lunga malattia.
Il buon “Nigio” se ne è andato in punta di piedi e con la discrezione con cui ha sempre vissuto e operato in seno alla nostra comunità, non solo calcistica. Classe 1929, si è serenamente spento lasciando in tutti un grande vuoto, anche se di lui rimarrà un indelebile ricordo sia come uomo, sia come ottimo e leale calciatore, sia come per aver dedicato quasi un quarto di secolo alla cura del settore giovanile giallo-rosso, insegnando le regole del calcio, ma ancor più, da buon educatore qual è stato, le regole della vita, del rispetto e del buon comportamento a tante generazioni di giovani, che ancor oggi, diventati grandi, lo ricordano con affetto e riconoscenza e che ultimamente gli facevano spesso visita o chiedevano insistentemente di lui sapendo che le sue condizioni di salute si erano aggravate. Condizioni di salute che gli avevano impedito di frequentare lo stadio romanese, dove immancabilmente, sempre nell'angolo più isolato, lo si vedeva seguire le gare della sua amata Pro Romans. Il suo ruolo di educatore è stato sottolineato anche dal parroco di Romans, don Nino Carletti, nel corso dell'omelia in occasione del rito funebre di Nigio, celebrato nella parrocchiale di Romans ala presenza di tante persone che hanno voluto tributare a Nigio l'ultimo meritato omaggio. Rivolgendosi a Zanutel, don Carletti ha affermato: “Queste si che sono grandi persone e garndi educatori”, rimarcando come Nigio avesse l'abitudine, quando allenava le giovanili della Pro Romans, di portare la squadra a seguire la celebrazione della messa prima di andare sul campo a disputare la gara.
Nato calcisticamente nella Pro Romans, “Nigio” esordì come centrocampista nelle formazione locale in Prima divisione nel 1948, anno in cui venne ceduto al Trapani in serie C, quindi passò al “Chinotto Neri” e all'”Ilva Bagnolese”, mentre nella stagione 1958/59 passò alla “Gladiator” di Santa Maria Capua Vetere, assieme al concittadino e futuro terzino del Napoli e della nazionale Stelio Nardin. “Consigliai io allora – ricordava spesso Nigio con orgoglio - ai due allenatori della “Gladiator”, De Nicola e Querci, di impiegare l'attaccante Nardin in difesa, nel momento in cui il terzino titolare si era infortunato”. Fu davvero una grande intuizione, la sua, visto che Nardin ha vestito in seguito, ricoprendo il ruolo di terzino, la maglia azzurra della nazionale maggiore. Fatto ritorno a casa, Zanutel ha militato con La Tarcentina per poi concludere la sua carriera nella Pro Romans in veste di calciatore e allenatore, prima di dedicarsi, come detto, al settore giovanile. Zanutel, che sei mesi fa ha perso il fratello Costante, classe 1931, che aveva militato in serie B, ha lasciato la moglie Ariella, il figlio Massimo con Patrizia, il fratello Antonio e le sorelle Bruna e Mariucci.

Edo Calligaris


Ricordo di Nigio Zanutel

In questi giorni è scomparso Nigio Zanutel, conosciuto da tutti nella comunità di Romans.
Probabilmente centinaia di ragazzi lo ricordano come l’allenatore nella categoria dei pulcini e poi degli esordienti. Ho conosciuto Nigio a 6 anni, età in cui gli incontri con gli adulti diventano immediatamente esperienza e metro di paragone. Avevo iniziato a correre attorno ad un campo di calcio sotto il suo sguardo ed anche quando ero sanzionato con dei giri supplementari, a placare la mia esuberanza, tutto mi sembrava parte di un equo e paterno governo del terreno di gioco.
Ricordo la sua tuta sotto il sole del pomeriggio, il vezzo di grattarsi l’orecchio all’inizio dell’allenamento, quasi a sintonizzarsi sulle nostre frequenze.
Ricordo le sue guance, con quell’intreccio di capillari in corto circuito, lo sguardo composto e quel sorriso, sempre solo abbozzato, che solo chi ha già visto tutto nella vita può avere.
Ricordo la sua coordinazione calciando, la precisione del tiro e quella timida tracotanza nell’esibire qualità tecniche non comuni.
Ora che Nigio è andato a calciare magistralmente altrove, ci accorgiamo che molte cose sono scomparse: il pallone con il filo, la trama di passaggi contro il muro, le scarpe con la suola durissima ed il cuoio stagionato dei palloni.
Lui era rimasto lì a presidiarle con la sua presenza, a ricordarci che il calcio era una cosa ‘sacra’, ma confinata in quel rettangolo verde, senza manie o fanatismi.
Lo ricordo in fondo alla chiesa, alla messa del sabato sera, dove si accertava che tutti adempissero gli obblighi religiosi prima della ‘pagana’ partita della domenica mattina. Un esempio di laicità sportiva si direbbe, per grazia di Dio (aggiungo io).
Almeno una volta l'anno, finché ho giocato, ho visto Nigio assistere ad una delle partite di campionato in cui ero impegnato, quasi a ricordarmi che certi legami non si recidono mai. Sentivo orgoglio e riconoscenza per quella presenza. Nel dopo partita condividevamo un bicchiere, e poi via, ognuno a fare il suo tratto di strada.
Molti lo ricorderanno con il suo porta occhiali tra le mani su qualche tribuna tra urla, gol mancati ed i crampi di fine stagione, ma io lo ricorderò per aver dato a tanti ragazzi in regalo un codice sportivo e di comportamento, che ci ha vincolato oltre gli anni in cui abbiamo corso dietro ad un pallone.
Con queste poche righe non pago un debito di riconoscenza, ma cerco di colmare con la vitalità della memoria il vuoto che oggi sento.


Matteo Valentinuz